CONDIVISIONE SOLIDARIETA' DIGNITA'
CONDIVISIONE SOLIDARIETA'          DIGNITA'

SUI DIRITTI UMANI IN ITALIA

 

 

Ho effettuato una ricognizione sugli appunti mossi da alcune istituzioni ed  organizzazioni internazionali nei riguardi del rispetto dei diritti umani in Italia.

Sono stati presi in considerazione :

  • I rapporti degli ultimi anni dei Comitati ONU costituiti per la verifica del rispetto, da parte degli stati aderenti, delle varie convenzioni ONU riguardanti diritti umani [1];
  • Il rapporto 2013 di Amnesty International sull’Italia e la campagna promossa dalla Sezione Italiana “Ricordati che devi rispondere”;
  • Il rapporto 2013 di Freedom House sull’Italia [2];
  • Gli indici 2012 di Trasparency International [3];
  • Il rapporto 2012 sui diritti umani del Dipartimento di Stato USA sull’Italia.
  • Il rapporto 2012 della Corte dei Conti italiana, citato sia da Trasparency International che dal Dipartimento di Stato USA

 

[1] Nei riguardi dell’Italia si sono pronunciati: L’Alto Commissariato per i Diritti Umani, il Comitato Contro la Tortura, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il Comitato per i Diritti Umani, il Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria, il Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale, il Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Contro le Donne, il Relatore Speciale sul Diritto alla Libertà di Opinione e di Espressione, il Comitato per i Diritti Economici, Sociali e Culturali, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il Comitato sui Diritti del Fanciullo, il Relatore Speciale sui Diritti Umani dei Migranti.

[2] Freedom House è un'organizzazione indipendente con sede a Washington “dedicata alla espansione della libertà in tutto il mondo”.

[3] Trasparency International è l’Associazione contro la corruzione che assegna annualmente ad ogni paese “L’Indice di Percezione della Corruzione”.

 

 

Nei confronti dei diritti umani in Italia sono state rilevate carenze sui seguenti temi:

 

POLITICA NAZIONALE ED AMMINISTRAZIONI LOCALI

  • Corruzione
  • evasione fiscale

LIBERTà DI STAMPA

  • concentrazione dei media

GARANZIE PERSONALI

  • eccessiva durata dei procedimenti penali
  • sovraffollamento della maggior parte delle carceri italiane
  • tortura ed altri maltrattamenti

MIGRANTI E STRANIERI

  • trattamento di rifugiati e migranti al loro arrivo
  • condizioni dei centri immigrati
  • Xenofobia ed intolleranza nei confronti degli immigrati
  • sfruttamento dei lavoratori stranieri

DIRITTI DELLE DONNE

  • discriminazione
  • violenza e femminicidio

DISCRIMINAZIONI

  • discriminazioni nei confronti dei ROM
  • discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale

LAVORO

  • lavoro minorile
  • lavoro nero

 

N.B. Ciò che è riportato in corsivo è una citazione testuale. Gli organismi citati sono sottolineati

POLITICA NAZIONALE ED AMMINISTRAZIONI LOCALI

 

Fra le carenze nei diritti umani in Italia, probabilmente, in prima evidenza è da porre la corruzione, se non altro per il grande numero di “vittime”, ossia la quasi totalità della popolazione.

Al riguardo così si esprime Freedom House “La corruzione resta un problema centrale nella politica italiana”.

Freedom House assegna alle libertà civili, ai diritti politici ed alla libertà di stampa di ogni paese un punteggio che, per i primi due va da 1 (valore massimo) a 7 (valore minimo).

Freedom House ha abbassato il valore dei diritti politici in Italia da 1 a 2 spiegandolo nel seguente modo “La valutazione dei diritti politici in Italia è scesa da 1 a 2 a causa della continua, diffusa grande e piccola corruzione, soprattutto al sud”.

 

Questa pesante valutazione è confermata da Trasparency International, che per il 2012 ha assegnato all’Italia un indice di 42/100 che la pone al 72° posto nel mondo (su 174 valutati)  e fra gli ultimi paesi dell’Unione Europea, seguita soltanto dalla Bulgaria, al 75° posto con un indice di 41 e dalla Grecia al 94° posto con un indice di 36.

Nel suo commento relativo all’Italia T.I. cita il rapporto 2012 della Corte dei Conti che “ha denunciato come la corruzione sia in grado di far lievitare i prezzi delle grandi opere pubbliche fino al 40% in più”.

Anche il rapporto 2012 del Dipartimento di Stato USA, nel capitolo dedicato all’Italia fa riferimento alla pesante corruzione in Italia, citando il dato fornito dalla Corte dei Conti di 4.046 persone denunciate nel 2011 per corruzione, concussione ed abuso di potere.

 

Tuttavia le violazioni dei diritti politici in Italia non si ferma soltanto a ciò.

Vi è da aggiungere un’altra gravissima violazione che ha effetti pesantissimi su tutta la popolazione in termini soprattutto economici, che è l’evasione fiscale, valutata dalla Corte dei Conti in circa 180 miliardi l’anno, pari il 27% del PIL, contro il 22,50% della Spagna, il 16% della Germania, il 15% della Francia ed il 12,50% del Regno Unito.

L’evasione fiscale è pienamente da annoverare fra le violazioni dei diritti umani poiché si trasforma in denaro nero che prende la via dei paradisi fiscali, sottraendo risorse all’economia nazionale e costringendo lo stato a mantenere più elevata la pressione fiscale su chi non evade, ossia i percettori dei redditi da lavoro e da pensione, che rientrano nella quasi totalità dei casi nella fascia più bassa dei redditi, con l’ovvia conseguenza di violare i diritti economici e sociali di quasi tutta la popolazione italiana, comprimendone i consumi e quindi mantenendo in stato di sottosviluppo l’economia.

 

Libertà di stampa

 

In materia di libertà di stampa si sono pronunciati in sede ONU sia il Comitato per i Diritti Umani, sia il Relatore speciale sul diritto alla libertà di opinione e di espressione.

Il primo, che vigila sul rispetto del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, ha espresso preoccupazioni sulle misure previste dalla legge sulle emittenti radiotelevisive del 2004 (Legge Gasparri), misure che “potrebbero essere inadeguate ad affrontare questioni di influenza politica sulla televisione pubblica”, mentre il secondo ha rilevato che “la concentrazione dei media, insieme ai problemi dei conflitti d’interesse, minacciano sempre più la libertà di opinione e di espressione”.

Freedom House classifica la stampa italiana come “parzialmente libera”, giustificando questa classificazione con l’eccessiva concentrazione della stampa: “I quotidiani sono gestiti principalmente da partiti politici o posseduti da grandi gruppi editoriali. Quando Berlusconi era capo del Governo controllava fino al 90% dei media radiotelevisivi del paese attraverso emittenti di proprietà dello stato e la sua holding di media privati.”

Il Dipartimento di Stato USA così si esprime riguardo alla libertà di stampa in Italia: “La holding di famiglia dell’ex primo ministro Berlusconi, Fininvest, ha mantenuto una quota di controllo della più grande azienda televisiva privata del Paese, Mediaset, della più grande casa editrice di riviste, Mondadori, e della più grande società pubblicitaria, Publitalia. Il fratello di Berlusconi possiede uno dei quotidiani nazionali del Paese, il Giornale.”

 

GARANZIE PERSONALI

 

In questo ambito vengono rilevate a carico dell’Italia carenze relative al sistema giudiziario e al sistema carcerario e alle garanzie nei riguardi del ricorso alla tortura ed altri maltrattamenti.

 

Viene innanzitutto posta in rilievo l’eccessiva durata dei procedimenti penali.

Il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria dell’ONU già nel 2008 mise in rilievo che “l’eccessiva durata dei procedimenti penali e l’abuso della carcerazione preventiva potrebbero portare a casi di detenzione arbitraria”.

Anche Freedom House mette in risalto che “il sistema giudiziario è minato da lunghi ritardi nei processi”.

Va inoltre ricordato che l’art. 6, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo garantisce il diritto di ogni persona “ad un’equa e pubblica udienza entro un termine Ragionevole”.

Sulla base di tale norma l’Italia è stata più volte condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo a risarcire cittadini italiani che avevano subìto procedimenti giudiziari, sia civili che penali, giudicati di durata superiore a quella “ragionevole” del giusto processo.

Per evitare la minacciata sospensione dell’Italia dal Consiglio d’Europa per l’eccessivo numero di ricorsi in materia, nel 2001 è stata varata la legge 89/2001 del 24 marzo, la così detta legge Pinto, dal primo firmatario, che prevede il risarcimento nei confronti di chi abbia subito un procedimento troppo lungo (orientativamente sei anni complessivi per i tre gradi), senza con questo aver risolto il problema di base, ossia l’eccessiva durata dei processi.

 

Per quanto riguarda il sistema carcerario, vengono mosse dagli osservatori internazionali, critiche relative al sovraffollamento della maggior parte delle carceri italiane.

Il problema è stato messo in rilievo e segnalato alle autorità italiane sia dal Comitato ONU per i diritti umani nel 2006, sia dal Comitato ONU contro la tortura nel 2007.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo l’8 gennaio 2013 ha condannato l’Italia a risarcire sette detenuti ricorrenti per somme varianti da 10.600 euro a 23.500 euro per violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo (contro i trattamenti disumani o degradanti), in considerazione dello spazio inferiore ai tre metri quadrati ad ognuno spettante nelle celle (di 9 mq con tre detenuti) contro i sette metri quadri previsti dal Comitato per la prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa.

Ad inizio del 2013, in considerazione del moltiplicarsi di ricorsi in materia, il Consiglio d’Europa ha intimato all’Italia di risolvere il problema entro un anno, quindi entro i primi mesi del 2014.

Il problema del sovraffollamento delle carceri è, infatti, diffuso a tutto il sistema italiano. Nelle carceri italiane si trovano in atto circa 66.000 carcerati, contro 47.000 posti.

In merito va sottolineato che ben il 42% dei carcerati si trova o in detenzione preventiva o in attesa di condanna definitiva.

Proprio quest’ultima circostanza è stata rilevata dai due Comitati ONU citati, che hanno sottolineato che il sovraffollamento è in parte dovuto alla carcerazione preventiva, misura a cui, a parere dei Comitati, si dovrebbe “ricorrere per ultimo”.

Amnesty International nel rapporto 2013, nel capitolo dedicato all’Italia mette in rilievo che “le condizioni di detenzione e il trattamento dei detenuti in molti istituti di pena e altri centri detentivi sono state disumane e hanno violato i diritti umani dei detenuti, compreso il diritto alla salute”.

Inoltre la campagna della Sezione italiana di Amnesty International “Ricordati che devi rispondere” prevede al punto 4 “Assicurare condizioni dignitose e rispettose dei diritti umani nelle carceri”.

 

Riguardo alla tortura ed altri maltrattamenti, nel 2007 il Comitato ONU contro la tortura espresse preoccupazione per la mancanza nell’ordinamento penale italiano del reato di tortura e “per il numero di segnalazioni di abusi da parte di funzionari delle forze dell’ordine”.

Amnesty International nel Rapporto 2013 rileva che “ad ottobre [2012] il parlamento ha approvato la ratifica del protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ma non ha introdotto il reato di tortura nel codice penale, come la Convenzione richiede”. In relazione a ciò la Sezione Italiana di Amnesty International ha incluso la problematica nella sua Campagna “Ricordati che devi rispondere”, il cui punto 1 dice “Garantire la trasparenza delle forze di polizia e introdurre il reato di tortura”.

Il Dipartimento di Stato USA nel rapporto 2012, nel porre in rilievo “la lacuna nel sistema giudiziario per quanto riguarda la mancanza di una legge che criminalizza la tortura”, sottolinea che in atto gli autori possono essere accusati del reato di violenza, ma che “l’azione penale può avvenire solo su denuncia della vittima”.

 

MIGRANTI E STRANIERI

 

Amnesty International nel rapporto 2013, nei riguardi del trattamento riservato dall’Italia a migranti e rifugiati, riporta che “a settembre [2012] il Commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani ha criticato il trattamento riservato a rifugiati, richiedenti asilo e migranti, citando la mancanza di misure per integrare i rifugiati e per affrontare il loro stato di indigenza”.

Questo atteggiamento dell’Italia, in particolare al momento del loro arrivo sul territorio nazionale, è stato oggetto di una sentenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo che il 23 febbraio 2012 ha condannato l’Italia per l’espulsione collettiva in mare verso la Libia, avvenuta nel 2009, di migranti partiti dal nord Africa. La condanna ha previsto  il risarcimento della somma di 15.000 euro più le spese ai 13 eritrei ed 11 somali che avevano fatto ricorso alla Corte. Da notare che, dalla stessa sentenza, si rileva che successivamente le suddette persone hanno avuto riconosciuto lo status di rifugiati.

malgrado ciò il 3 aprile 2012 l’Italia ha sottoscritto un nuovo accordo con la Libia che prevede che l’Italia fornisca addestramento ed equipaggiamenti alla Libia.

Amnesty International, su tale accordo nel rapporto 2013 commenta che “erano del tutto assenti efficaci salvaguardie per i diritti umani. L’accordo non ha tenuto in alcuna considerazione le necessità di protezione internazionale dei migranti”. Amnesty International Italia ha inserito tale problematica nella Campagna “Ricordati che devi rispondere”, che al punto 3 dice: “Proteggere i rifugiati, fermare lo sfruttamento e la criminalizzazione dei migranti e sospendere gli accordi con la Libia sul controllo dell’emigrazione”

L’Alto Commissariato per i Diritti Umani nel 2009 ha dichiarato che “è contrario al diritto internazionale il fatto che le navi ignorino le richieste di aiuto da imbarcazioni in pericolo perché portano migranti. In molti casi le autorità respingono i migranti e li abbandonano quando si trovano di fronte a difficoltà, disagio pericolo o morte”.

 

Il trattamento riservato a migranti e rifugiati all’arrivo in Italia è completato dalle condizioni in cui si trovano i centri immigrati.

Amnesty International lo ha posto in rilievo nel rapporto 2013 “le condizioni nei centri di detenzione per migranti irregolari sono state ben al di sotto degli standard internazionali”.

Il Comitato ONU per l’eliminazione della discriminazione razziale ed il Comitato ONU per i diritti umani hanno espresso preoccupazione perché “le condizioni di detenzione nel centro di Lampedusa non sono soddisfacenti – sovraffollamento, scarsa igiene, alimentazione o cure mediche inadeguate – e per il fatto che alcuni migranti sarebbero stati abusati”.

L’Alto Commissariato per i rifugiati Nel 2009 ha richiamato l’attenzione sul fatto che “il sovraffollamento nel centro di Lampedusa ha creato una situazione preoccupante in termini umanitari”.

 

Anche riguardo agli atteggiamenti xenofobici ed intolleranti nei confronti degli immigrati che già si trovano sul territorio nazionale sono state mosse critiche da parte di osservatori dell’ONU.

L’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU nel 2008 ha espresso “la sua profonda preoccupazione per gli atteggiamenti xnofobi ed intolleranti nei confronti dell’immigrazione clandestina e delle minoranze indesiderate”, facendo riferimento “alla recente decisione del governo di rendere l’immigrazione clandestina un reato”.

il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria ha pure fatto riferimento a ciò osservando che “L’Italia attribuisce un nesso tra la pubblica sicurezza e il controllo dell’immigrazione, considerando entrambe emergenze che richiedono misure straordinarie. Su questo approccio si basa la ‘legge sulla sicurezza’ adottata dal governo nel maggio 2008”, ed ha rilevato in particolare che “lo straniero in posizione irregolare raggiunto da un ordine scritto di lasciare il territorio italiano commette un reato penale punibile con carcere se rimane in Italia”. Il gruppo di lavoro ha anche criticato che per qualsiasi reato sia stata introdotta in Italia “la circostanza aggravante di straniero in posizione irregolare”.

Il Comitato per i Diritti economici, Sociali e Culturali ha esortato l’Italia “ad intensificare gli sforzi per costruire alloggi stabili per gli immigrati e ad adottare tutte le misure per promuovere la loro integrazione nelle comunità locali, offrire loro posti di lavoro e sviluppare adeguate strutture per l’istruzione dei loro figli”

 

Da più parti viene anche segnalato lo sfruttamento dei lavoratori stranieri.

Amnesty International nel rapporto 2013 segnala che “I lavoratori migranti sono stati spesso sfruttati e vulnerabili agli abusi, mentre le loro possibilità di accedere alla giustizia è rimasta inadeguata”.

Il Comitato ONU per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale ha raccomandato all’Italia “l’adozione di misure per prevenire e riparare i gravi problemi a cui i lavoratori stranieri sono normalmente esposti”.

Il Relatore Speciale sulle forme contemporanee di razzismo ha raccomandato all’Italia “di lottare contro sfruttamento e l’abuso dei lavoratori migranti, in particolare nel settore agricolo, e a garantire che vengano approvate leggi appropriate a tutela delle donne immigrate che lavorano come domestiche”.

Il Relatore speciale sui diritti umani dei migranti ha affermato che “l’esistenza di offerte di impiego nell’economia sommersa è stata la causa principale dell’immigrazione clandestina in Italia, e che esiste una notevole quantità di bisogno di manodopera non soddisfatta a cui il sistema contrattuale nominale basato sulle quote massime non può rispondere”.

Il Dipartimento di Stato USA nel rapporto 2012 segnala che “persiste la discriminazione contro i non cittadini nel mercato del lavoro e la mancanza di un’adeguata tutela giuridica contro lo sfruttamento o le condizioni di lavoro abusive”.

 

DIRITTI DELLE DONNE

 

Per quanto riguarda la discriminazione nei confronto delle donne, nel 2005 il Comitato ONU per l’eliminazione della discriminazione contro le donne ha rilevato “con preoccupazione i fattori che causano gravi inconvenienti alle donne nel mercato del lavoro: la loro sotto-rappresentazione in posizioni di responsabilità, il fatto che esse siano maggiormente presenti in alcuni settori a basso salario e in posti di lavoro part-time, le grandi differenze di retribuzione tra uomini e donne, e la non applicazione del principio di parità di retribuzione per lavoro di ugual valore”.

Secondo dati riportati dal Dipartimento di Stato USA nel rapporto 2012 “il divario globale tra stipendi per uomini e donne è rimasto stabile nel 2010 al 5,5 per cento. Le donne continuano ad essere sottorappresentate in molti campi, tra cui la gestione, l’attività imprenditoriale e le altre professioni. Nel dicembre 2011 le donne possedevano solo il 23,5 per cento delle imprese registrate. Il governo ha riferito che nel mese di agosto circa il 9 per cento dei membri dei consigli d’amministrazione di società quotate in borsa erano donne”.

 

La violenza sulle donne e in particolare il femminicidio hanno costituito fino ad oggi un problema per l’Italia, come scrive nella sua relazione la Relatrice speciale dell'Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo in seguito alla visita in Italia a gennaio 2012, la quale sottolinea che “Gran parte delle manifestazioni della violenza denunciata ha luogo in un contesto caratterizzato da una società patriarcale e incentrato sulla famiglia; la violenza domestica, inoltre, non sempre  viene percepita come reato. Emerge, inoltre, il tema della dipendenza economica, come pure la percezione che la risposta dello stato a tali denunce possa non risultare appropriata o utile. Per di più, un quadro giuridico frammentario e l'inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle donne vittime di violenza sono fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema.” E così conclude “l'attuale situazione politica ed economica dell'Italia non può essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo paese. Invito quindi tutte le parti coinvolte ad assumersi, in questo momento cruciale, la responsabilità di promuovere i diritti umani per tutti e, cosa più importante, a far sì che il tema della violenza contro le donne rimanga tra le priorità dell'agenda nazionale. Esorto il settore governativo e quello non governativo ad adottare un approccio più coerente e creativo, così da favorire la transizione verso una società politicamente ed economicamente stabile in cui la promozione e la protezione dei diritti umani di tutti gli individui possa diventare obiettivo centrale in quest'epoca di crisi e cambiamento.”

Va precisato che il 19 giugno 2013 l’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica).

Per effetto di tale ratifica con la legge 119 del 15 ottobre 2013 il “Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità” è stato aumentato di 10 milioni di euro ed è stato prevista un “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, oltre ad essere state apportate modifiche ai codici penale e di procedura penale, come aggravanti quando la violenza è commessa dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa, e come la non remissibilità della querela.

Amnesty International Italia ha incluso la problematica nella campagna “Ricordati che devi rispondere” al punto 2: “Fermare il femminicidio e la violenza contro le donne”.

 

DISCRIMINAZIONI

 

Per quanto riguarda le discriminazioni nei riguardi dei ROM, va innanzitutto ricordato che il 21 maggio 2008 era stata dichiarata dal governo italiano la così detta “emergenza nomadi” in base alla quale furono operati numerosi sgomberi di campi Rom. Tuttavia nel novembre 2011 il Consiglio di Stato, con sentenza confermata il 2 maggio 2013 dalla Corte di Cassazione, ha considerato illegittimo il provvedimento del governo.

Riguardo agli interventi sull’Italia effettuati in materia dagli osservatori internazionali, si segnala in particolare quanto segue.

Il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale nel 2008 ha espresso preoccupazione “per gli atteggiamenti e gli stereotipi negativi sui Rom che prevale tra le autorità comunali ed il pubblico”, per “la segnalazione di casi di discorsi di incitamento all’odio, comprese le dichiarazioni contro stranieri, arabi e musulmani, così come contro i Rom, da parte di alcuni politici” ed ha raccomandato all’Italia “di adottare misure energiche per combattere questa tendenza”, nonché per il fatto che “i media ancora contribuiscono a diffondere una immagine negativa delle comunità Rom e Sinti e che lo Stato non abbia adottate misure sufficienti per porre rimedio a questa situazione.

Il Comitato ha inoltre raccomandato all’Italia “di astenersi dal collocare i Rom in insediamenti segregati senza accesso alla sanità e altri servizi essenziali”, ed ha manifestato preoccupazione “per il basso tasso di scolarizzazione dei bambini Rom”.

Il Comitato per i diritti dell’uomo ha dichiarato che “l’Italia deve ricordare regolarmente e pubblicamente che i discorsi di odio sono proibiti dalla legge, ed agire rapidamente per assicurare i responsabili alla giustizia”.

Il Relatore speciale sulle forme contemporanee di razzismo ha sottolineato la necessità “di lottare contro i programmi politici razzisti e xenofobi”.

Il comitato di esperti dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (agenzia dell’ONU), ha chiesto all’Italia “quali misure siano state adottate per promuovere una maggiore partecipazione dei Rom nel mercato del lavoro, comprese misure per migliorare il loro accesso all’istruzione e alla formazione”.

Amnesty International Italia ha incluso la problematica della discriminazione nei confronti dei Rom al punto 6 della campagna “Ricordati che devi rispondere” “fermare la discriminazione, gli sgomberi forzati e la segregazione etnica dei Rom”.

 

Riguardo alla discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, il Dipartimento di Stato USA, nel rapporto 2012 riferisce che dal sondaggio condotto dall’Arcigay e pubblicato il 13 ottobre 2012 risulterebbe che “il 5 per cento degli intervistati ha riferito che erano stati licenziati dal lavoro a causa del loro orientamento sessuale e il 19 per cento ha dichiarato di essere stato vittima di altre forme di discriminazione dal lavoro”.

Amnesty International Italia ha inserito la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale al punto 5 della campagna “Ricordati che devi rispondere”: “Combattere l’omofobia e la transfobia e garantire tutti i diritti umani alle persone lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, trans gender e intersessuate)”.

 

 

 

 

LAVORO

 

In Italia esiste innegabilmente un problema di lavoro minorile che riguarda soprattutto i molti minori immigrati non accompagnati. A dicembre 2011 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha stimato che nel paese fossero presenti 7.750 minori non accompagnati, di cui 5.959 hanno ricevuto l’assistenza del Governo e 1.791 si sono dispersi dopo la fuga dai centri di identificazione.

Ogni anno l’ispettorato del lavoro rileva parecchie centinaia di casi di minori che lavorano in violazione delle leggi, tuttavia i casi rilevati rappresentano soltanto una piccola parte del fenomeno.

 

Altrettanto grave è in Italia il problema del lavoro nero. Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il numero dei lavoratori in nero rilevato annualmente supera i 100.000 e molto superiori sono le irregolarità riscontrate. Ciò soprattutto viene rilevato nelle imprese dei settori dell’edilizia e dell’agricoltura. Nel 2012 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha condotto ispezioni in 86 aziende agricole nelle province di Foggia, Latina, Lecce e Salerno ed ha rilevato che il 74 per cento dei 486 lavoratori italiani ed il 21 per cento dei 124 lavoratori stranieri lavoravano in nero. L’ISTAT ha stimato nel 2010 che i lavoratori in nero fossero circa 2,5 milioni pari ad oltre il 10 per cento della forza di lavoro totale.

 

Il Comitato per i Diritti Economici, Sociali e Culturali ha espresso all’Italia la propria preoccupazione “per il mantenimento di un’ampia economia sotterranea, in cui i diritti economici, sociali e culturali di coloro che vi lavorano, compresi i bambini, non sono rispettati pienamente”.